Cara Rossaura,
il tuo lungo commento al mio post di ieri mi ha fatto molto piacere, perchè mi dai molti spunti per ampliare la mia riflessione sul sessantotto e sue conseguenze attuali.
Parto, però, col dire, che sono concorde con te che la manifestazione di ieri sia una bazzecola in confronto a ciò che ci vorrebbe, ma che tuttavia è un sassolino. Ci vogliono altre basi ed altre idee, sono d'accordo. Ci vuole un'altra sinistra. L'articolo però parlava di altro, cioè di quei giornalisti che magari quaranta anni fa lanciavano molotov e parlavano di collettivizzazione ed oggi mettono i Rom che uccidono (secondo loro) in prima pagina, parlano di dialogo e tutelano Papa Nazinger.

Fatta la precisazione, ecco cosa ne penso del resto.
Ho la fortuna e la sfortuna di non essere stato sessantottino. Sfortuna perchè in parte avrei voluto essere nato un poco prima, quando ancora non c'era del tutto la lobotomizzazione programmata della gente, fortuna perchè certi avvenimenti sono per me meno vicini, per cui sono più oggettivamente giudicabili, come "storia". Grazie allo studio, intenso, del periodo, grazie alla lettura e a tutti i racconti ascoltati.
Paul Ginsborg, ad una sua lezione di storia contemporanea esordì chiedendo a noi, ventenni allora, come mai non ci incazzassimo davanti a nulla, visto che nel sessantotto si protestava per molto meno di quello che viviamo oggi.
Non mi è difficilissimo rispondere. Innanzitutto, come dici tu, i tempi cambiano. La generazione del sessantotto ha trovato lo spazio, il contesto giusto. L'italiano medio, pecora per definizione, anche allora, o se ne infischiava o scendeva anche lui in piazza. Se io adesso, seduta stante, andassi in piazza con un cartello, verrei fotografato dai turisti di passaggio. Questo elemento caldo, quel clima, non dimentichiamolo, era stato creato dai giovani Usa, poi dai giovani francesi e tedeschi. In Italia arrivò tutto molto dopo e molto più calmo e indolenzito. Si crearono schieramenti, c'era speranza, voglia di cambiare, sia a destra che a sinistra c'era chi voleva cambiare il concetto di patria, di istituzione, di popolo, di cultura. E tutti combattevano per rovesciare lo status quo. Con grandi errori, si vedrà dopo. Ad esempio il mitizzare la rivoluzione culturale maoista, ma per carità, non poteva saperlo l'italiano sessantottino, ad archivi di stato cinesi completamente chiusi.

Ciò che emerge su tutti i fronti è, a mio avviso, il completo fallimento. Totale e dissacrante. Tutti i movimenti più forti, quelli che magari "contavano" hanno poi dimostrato connivenze varie con il potere (basta leggere un saggio sulle indagini e la morte di Vittorio Occorsio, o un libro a caso come "La notte della repubblica" per capirlo). Il potere ha colto l'attimo, ha illuso la massa di una assenza di potere, ha illuso la massa della possibilità del cambiamento, ed ha sfruttato i movimenti creando un clima di terrore, creando la paura, disseminando bombe e stragi di stato. Riprendendosi tutto, in una manciata di anni e con molto più vigore.
Il sessantotto deve essere stato un gran bel sogno. Ma di una generazione talmente forte da risultare storicamente sopita.
Sul piatto dei pro ci sono svariate cose da pesare, lo ammetto, come lo stesso voto alle donne, ma fanno tutte parte di leggere concessioni di una politica che sembrava sgretolarsi mentre invece diventava più forte. Un potere centrale capace di zittire in un secondo momento tutte le voci.
Voglio dire, ti piace questo mondo, quello di oggi? No, scommetto. E allora perchè mai la tua generazione non dice nulla? Voglio dire, se lo studente ha bisogno di correzioni, il professore si deve mostrare in prima persona. Come del resto è compito dei padri guidare i figli. Invece no.
Ci sono due cose da ex sessantottino che ho sempre sentito dire, di cui una la pronunci anche tu nel tuo commento.
"
Abbiamo espletato il nostro ruolo storico"... già come se ci fosse un tempo per la lotta ed uno per omologarsi, come se per dissentire ci fosse solo un'età. Se Garibaldi lo avesse pensato nel Sud ci sarebbero i borboni, con gioia somma di Bossi. Non c'è un momento storico. Se le cose erano da cambiare, lo erano ieri, lo sono oggi e lo saranno domani, fino a che non cambieranno. Dire "noi il nostro lo abbiamo fatto" è mettersi da parte, togliersi da soli la voce in capitolo, è rinunciare alla discussione, e alla guida che qualche anno in più potrebbero essere. O le vostre guide avevano tutte venti anni? Perchè in quel caso anche io con i miei ventotto sarei vecchio ed avrei espletato già, dignitosamente o meno, il mio ruolo storico. Non mi risulta che il generale Tran Van Tra avesse venti anni quando entrò nel palazzo del governo a Saigon dicendo
Gihaj Pong. Nemmeno Ghandi. Nemmeno Martin Luther King. Nemmeno Che Guevara. Nemmeno Don Milani.
Altra frase è "Oramai siamo demotivati". E questa è la migliore, lascia il segno dei tempi che corrono. Tutto va male, io non ci voglio più pensare, pensaci tu, e se nemmeno tu ci vuoi pensare, pace.

Ancora. La coerenza è una virtù fondamentale. Ma non davanti agli altri, ma davanti a se stessi. A Gandhi, poco prima di morire, chiesero quale fosse il messaggio che avrebbe lasciato ai posteri. Rispose "la mia vita è il mio messaggio". Una frase strabiliante. Non tutti, certamente potremo portare un messaggio tanto grande quanto il suo, ma potremo arrivare alla fine assomigliando nettamente alla vita che abbiamo condotto. E' più o meno quello a cui aspiro.
La tua generazione si è innegabilmente imborghesita, ha vissuto il primo boom e si è buttata a mani piene sul secondo: arrivano gli elettrodomestici, arrivano i posti di lavoro, arrivano stipendi ben più pesanti di adesso, arriva l'auto nuova ogni anno, nuovi vestiti, consumo, consumo, consumo. La tua generazione è quella che ha iniziato la via del consumismo. Ma credimi, non la addito per questo, non ce l'ho con chi mi ha preceduto per il mondo che mi ha consegnato, era inevitabile. La tentazione, spesso e volentieri, rende l'uomo corrotto e corruttibile.

Dicevo, innegabilmente la tua generazione si è imborghesita, ha iniziato ad apprezzare il lusso che prima avrebbe snobbato, ha cambiato le proprie vedute, se ne ha ancora, da estreme a riformiste, per poi buttarsi nel precipizio del centrismo (cioè la nullità dell'ideale). Ovvio che non parlo di te o di tutti, ma della stragrande maggioranza.
La tua generazione ha colpito, involontariamente, nel segno una seconda volta, educando i nuovi figli, l'eredità. Nemmeno loro sono sfuggiti al consumismo: se la generazione sessantottina, in gran parte, era cresciuta con poco lusso, poca massificazione, pochi media, non farà certo mancare niente ai figli, che per conseguenza, seguiranno tutte le mode e si appiattiranno brutalmente.
Ma questo è un altro capitolo.
Non mi interessa accusare nessuno del mondo attuale, il primo responsabile che trovo è la mia stessa immagine allo specchio, poichè, che lo vogliamo o meno, siamo tutti coinvolti.
Cerco solo, da tempo, di capire com'è che siamo arrivati fino a tutto questo...
Grazie ancora del commento, sentito e forte,
Riciard
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